"Lo sguardo negato" di Giovanni Curtis

Affascinante viaggio alla ricerca delle alterazioni dell’immagine audiovisiva

di Cinzia Dal Maso

 

"Ci sono immagini che costituiscono una ricchezza per l’umanità e che andrebbero tutelate, così come l’Unesco salvaguarda i monumenti antichi", scrive Giovanni Curtis nel suo recente volume "Lo sguardo negato" (Edizioni ETS, 232 pagine, 20 euro). Scorrendo quelle immagini, Curtis, giovane docente di Storia del Cinema ed esperto delle forme dell’audiovisivo, conduce una puntuale analisi sulla loro possibile alterazione, ossia sui riflessi, le sfocature, le insorgenze cromatiche, l’ispessimento di luci e suoni e quant’altro all’interno di un film o di una pubblicità assuma il carattere di produttore di senso.

Come spiega Nicola Dusi nella sua ampia prefazione a "Lo sguardo negato", "l’ipotesi da cui muove il libro è di taglio prettamente semiotico: l’immagine audiovisiva va analizzata come un testo sincretico, che usa modalità complesse di selezione, decostruzione e ricomposizione di elementi eterogenei". Si utilizzano strategie enunciative e costruzioni valoriali del testo, si tenta di far vibrare lo spettatore al ritmo del film. Si può giungere fino alla "perdita di ogni appiglio narrativo, allo spaesamento e alla vertigine", come nel recente Inland Empire di Lynch.

Curtis si muove con competenza e familiarità tra le opere di registi famosi, da Hitchcock a Lynch, da Truffaut a Bertolucci, da Tati a Fellini, Antonioni, Murnau, Woody Allen e Pasolini, dovunque la ricezione della pellicola risulti alterata, velata, defigurata o nascosta in quello che lo studioso definisce "il paradosso dell’indefinitezza", spesso carico di un senso profondo. Ogni volta, infatti, che si verifica un vuoto nella tessitura artistica, questo finisce, in quanto sottratto al nostro sguardo, per stimolare l’attenzione. "Tali alterazioni della visione – avverte Curtis – si possono considerare come prassi enunciative, elementi significanti che, già ampiamente presenti nel panorama della cultura audiovisiva, nel momento in cui si produce l’enunciazione, vengono riutilizzati subendo un processo di graduale trasformazione".

Anche se alla base della sua ricerca ci sono le opere dei mostri sacri della storia del cinema, l’Autore tiene a sottolineare come lo sviluppo del digitale, in tempi recenti, abbia "potenziato la capacità del cinema di trasformare le proprie immagini e dunque di cambiarne anche il modo di fruizione".

L’ultimo capitolo del volume propone l’analisi di una celebre pellicola del 1967, Playtime di Jacques Tati, in cui lo spettatore fruisce di una visione a fuoco su tutti i piani dell’immagine che costituisce un eccesso di nitidezza: una serie di campi lunghi porta a una selezione visiva, "privilegiando una ‘vaga’ visione d’insieme a discapito di immagini ravvicinate, in particolare quelle dei volti".

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