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L’artista romano che inventò la pittura a smalto su lava
Filippo Severati, pittore della memoria
 


Sul tiburio dell’arcispedale di Santo Spirito in Sassia, a lato delle finestre ogivali, spiccano otto tondi dai colori vividi e freschi, con corone di frutta che racchiudono gli stemmi di alcuni Papi, quelli maggiormente legati alla storia dell’ospedale: Innocenzo III che lo fondò, Eugenio IV, Sisto IV, Alessandro VII, Benedetto XIV, Gregorio XIII, Pio VI, Pio IX. I tondi furono murati nel 1865 e sono opera di un artista romano, Filippo Severati (4 aprile 1819 – 14 agosto 1892).
Così scriveva nel 1868 Francesco Azzurri: “Alla sola pittura non era dato gareggiare all’aperto con le altre due sorelle in longevità; le ingiurie del tempo avvizzivano ben presto la freschezza delle sue tinte, e ne cancellavano il contorno segnato dalla franca mano del genio... ora però col metodo del Severati il pittore disegna e compie il suo lavoro fino alle ultime velature, e tale lo sottopone alla vetrificazione in modo da renderlo inalterabile all’aperto”. Si conserva ancora presso l’Archivio di Stato il brevetto del Severati riguardante la “pittura a fuoco su supporto di porcellana e lava vulcanica”, che gli valse la nomina di “porcellanista” attribuitagli da Pio IX. Questa particolarissima tecnica ha permesso la perfetta conservazione delle opere del pittore, famoso soprattutto per gli oltre duecentocinquanta ritratti che ornano le tombe del Cimitero monumentale del Verano.
Severati utilizzava supporti di origine vulcanica, probabilmente pietra basaltina proveniente dal viterbese, su cui stendeva un composto bianco contenente ossidi di stagno che doveva fare da fondo alla pittura, anche essa a base di ossidi, per fondersi grazie alla cottura e dare origine a una colorazione stabile. I colori venivano stesi in fasi successive e ogni il ritratto veniva posto in un contenitore in materiale refrattario e cotto in forno a legna o carbone a calore sempre meno intenso.
Sulla tomba di Maria Mucci il Severati ha posto l’elogio della sua invenzione: “Spero di vedere principiata la riproduzione dei classici dipinti e la storia Patria, con questa pittura inalterabile. Così si eternano le glorie mondiali dell'Italia. Fra le più utili e meravigliose scoperte del nostro secolo, si può annoverare anche questa pittura”.
Caratteristica dell’artista è anche l’attenzione ai particolari, la riproduzione dei tratti fisionomici, dei dettagli dell’abbigliamento, dei monili. Sicuramente alla base dei ritratti, per la maggior parte postumi, ci dovevano essere delle fotografie. Ne abbiamo quasi una conferma dal ritratto di Valentina Costanzi, eseguito nel 1875 dal Severati per la tomba Riem Coltellacci. La Costanzi, raffigurata con i capelli raccolti sulla nuca e con un leggerissimo velo nero che denuncia la sua condizione vedovile, porta al collo un medaglione con la foto del marito defunto.
Filippo Severati fu un ottimo disegnatore e incisore, formatosi presso Accademia di San Luca. Fu allievo di seconda generazione di Tommaso Minardi e fu membro della commissione artistica della Calcografia Camerale, che lo scelse per la riproduzione in grande formato di alcuni affreschi di Raffaello nelle Stanze Vaticane. I disegni del Severati riproducono l’incontro di Attila e Leone Magno, il monte Parnaso, San Pietro in carcere e la Scuola di Atene e sono ancora conservati presso l’Istituto Nazionale della Grafica. Furono realizzati tra il 1852 e il 1864 e si distinguono per la perfetta adesione all’originale e per la straordinaria capacità dell’artista di cogliere lo stile di Raffaello. Non a caso l’unica opera religiosa di Severati presente al Verano, risalente al 1879, si trova in una lunetta presso la tomba Rognetta ed è ispirata alla Madonna Sistina di Raffaello.

 

di Cinzia Dal Maso
9  novembre 2015

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