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Una straordinaria diffusione di religioni orientali
Culti esoterici a Ostia
 

 

In epoche di repentine trasformazioni, di mancanza di certezze, di rovesci di fortuna, l’animo umano tende rivolgersi a riti esoterici, misterici, di origine straniera, per trovare risposta agli interrogativi che riempiono la vita di tutti i giorni. Ostia Antica, con il suo carattere di città cosmopolita, dove arrivavano navi e mercanti da tutto il mondo conosciuto, ha visto, soprattutto dopo l’età dei Flavi, una straordinaria diffusione di religioni orientali.
Una delle divinità più care era Cibele, la “Magna Mater”, dea della fertilità venerata in Asia Minore, associata al pastore Attis, da lei amato. Il suo culto si dovette stabilire a Ostia piuttosto presto e dall’epoca di Adriano si concentrò in uno spazio triangolare alla fine del cardine massimo, il Campo della Magna Mater, una zona periferica dove potevano svolgersi tranquillamente i riti, di carattere orgiastivo e cruento. Le cerimonie, di tipo agrario, si tenevano in marzo con due processioni. Veniva ricor¬data la morte di Attis con nove giorni di digiuno ed astinenza, dopo i quali si celebrava la resurrezione del dio, ricollegabile al risveglio primaverile della natura, il 25 marzo, con la festa detta Hilaria, caratterizzata da musiche ossessive e assordanti che sfociavano in un delirio orgiastico. A questo punto i sacerdoti, scelti tra i fedeli nel corso delle cerimonie e detti “galli”, si eviravano imitando Attis, per cui il Senato proibì spesso ai cittadini romani di partecipare a tali cerimonie.
Si affacciava sul Campo anche il sacello di Attis (nella foto), un recinto rettangolare con una cappella absidata su un lato, il cui ingresso è fiancheggiato da due figure di Pan. All’interno della cappella sono conservati i calchi delle numerose statue che vi erano ospitate.
Di origine egiziana era Serapide, divinità sincretica che univa le caratteristiche di Osiride-Apis e Zeus, il cui tempio venne relegato, a Ostia, in un area decentrata presso via della Foce. Il Serapeo fu costruito a spese di un privato e inaugurato nel 127 d.C., il giorno del compleanno dell’imperatore Adriano (24 gennaio). Alla fine del II sec. vi fu aggiunto un protiro, il cui pavimento reca un mosaico con la figura del bue Api, mentre il cortile antistante il tempio ha una decorazione musiva con scene nilotiche.
Sicuramente il culto orientale più diffuso a Ostia fu quello di Mitra, il dio persiano del cielo, della terra e dei morti, nella cui figura si perpetrava l’eterna lotta tra il Bene ed il Male. Il fedele doveva essere iniziato ai misteri divini mediante la purificazione, per poter raggiungere, al termine della vita, l’immortalità. A Ostia c’erano almeno diciassette mitrei, capillarmente distribuiti in ogni parte della città e realizzati all’interno di costruzioni già esistenti. Per ragioni di raccoglimento e segretezza, l’ingresso dei mitrei non doveva dare su una strada maestra, ma su viuzze traverse, vicoli ciechi o cortili. Il sacello vero e proprio, a volte anche sotterraneo, era quasi sempre spostato rispetto all’ingresso o preceduto da un vestibolo, di modo che se un profano si fosse affacciato, non sarebbe riuscito a vedere l’ambiente riservato agli adepti. Questo aveva una forma stretta e allungata, con bassa copertura a volta, per ricordare la grotta nella quale, il 25 dicembre, era nato Mitra. Sui lati lunghi correvano due podi, detti “praesepia”, dove prendevano posto i fedeli per consumare il banchetto rituale. Sette erano i gradi dell’iniziazione, spesso raffigurati simbolicamente, in pittura o mosaico. Sul fondo del sacello c’era un piccolo altare, forse per bruciarvi offerte di frutta, dietro cui una nicchia conteneva l’immagine di Mitra che uccideva il toro.

 

di Cinzia Dal Maso
27 giugno 2015

© Riproduzione Riservata

 

 


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