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Il ritratto di Andrea Baroni in un volume di Annalisa Venditti

Il cavaliere delle rose e delle nuvole

"E’ un saggio che si legge come un romanzo, tutto di un fiato, ricco di sapori, odori, sfumature e calore umano". Così ha detto Marco Onofrio, critico letterario e direttore editoriale di EdiLet, nel presentare, alla biblioteca Rispoli, il volume di Annalisa Venditti "Andrea Baroni. Il cavaliere delle rose e delle nuvole" (EdiLazio). "Narra una storia di guerra e di amicizia, di coraggio e determinazione, di tristezza e d’amore, sullo sfondo di una vicenda tragica, quella degli I.M.I., gli internati militari italiani". "Le storie di tanti uomini – ha continuato Onofrio – sono il tessuto connettivo della grande storia, mentre uomini e cose sono lo scrigno della memoria. Proprio il profumo della memoria si percepisce dall’inizio alla fine del libro".

Sabrina Frontera, dell’Università La Sapienza di Roma, da anni impegnata in ricerche storiche sugli I.M.I., ha parlato dell’esperienza terribile che ha accomunato Andrea Baroni a oltre 600 mila nostri connazionali, catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre del 1943. La studiosa si è soffermata su un passo del volume, nel quale il generale Baroni ricorda come, durante il fortunoso viaggio di ritorno a casa dopo la fuga dal lager, alcuni contadini italiani si fossero rifiutati di ospitare lui e i suoi compagni su un carro merci: "chiarimmo la nostra posizione di reduci. A dire il vero il nostro racconto li lasciava del tutto indifferenti. Non suscitavamo loro alcun interesse, nessuna comprensione". Questo atteggiamento, ha spiegato Sabrina Frontera, fu un primo assaggio di quello che avrebbe aspettato gli I.M.I. al loro rientro in Italia.

Paola Vinciguerra, psicologa e presidente della Eurodap, ha analizzato il modo in cui Baroni ha saputo vivere la sua prigionia e la sensibilità con cui Annalisa Venditti lo ha aiutato ad aprire la sua cassaforte dei ricordi. "Il libro – ha detto – racconta l’amicizia, la speranza, l’imparzialità nella distribuzione del cibo, pur in una condizione di indigenza e di fame. Dà un grandissimo segno di speranza. Baroni ha raccontato le persone mettendo in rilievo la loro parte umana. Annalisa ci ha regalato non un pezzo di storia, ma un altro modo di vedere la storia. Ci ha fatto scoprire un uomo che anche nel momento del dolore ha saputo essere un cavaliere e rubare delle rose per regalarle alla sua anziana padrona di casa".

Anche l’avvocato Nino Marazzita ha preso la parola per un breve fuori programma. Dopo essersi complimentato con Annalisa per la sua capacità di scrivere al di fuori dei generi e degli stereotipi, ha descritto il generale Baroni come un uomo integro, modesto, solido, che risultava simpatico anche nel fare le previsioni del tempo. "Mi ha colpito – ha aggiunto – la descrizione di un lager in cui non c’è niente di truculento, ma una quotidianità in cui non si può disporre della propria vita".

L’attore Valerio Colangelo ha intervallato con la lettura di alcuni brani del volume gli interventi dei vari relatori, coordinati da Liliana Bilello, che ha fatto, insieme con Gaudia Sciacca, gli onori di casa a tutti gli ospiti della biblioteca Rispoli.

Infine, Stefano Caccialupi, segretario generale dell’A.N.E.I. (Associazione nazionale ex internati) ha invitato i presenti a visitare la mostra "Entro dipinta gabbia" nella galleria della Mediateca della biblioteca.

L’esposizione, curata da Annalisa Venditti con l’allestimento di Cinzia Dal Maso, visitabile fino al prossimo 29 ottobre, raccoglie alcune significative riproduzioni di opere eseguite nei lager, dove l’arte fu un sostegno non solo per l’anima, ma anche materiale. Infatti ci fu tra i militari italiani internati chi, dotato di particolari qualità artistiche, cercò di astrarsi da quella dura e tragica realtà realizzando, attraverso i pochi mezzi a disposizione, disegni o ritratti.

Spesso gli artisti internati barattarono con le sentinelle tedesche i loro lavori in cambio di qualche colore, un pennello, sigarette, medicinali, o scarse ma preziose razioni di cibo: una patata, un cucchiaio di grasso, un po’ di acqua bollente, un pezzo di pane, magari una cipolla, da dividere il più delle volte con i compagni meno fortunati.

A ispirare il titolo della mostra sono il verso di una poesia giovanile di Giacomo Leopardi e un disegno del pittore romano Walter Lazzaro: "La fame in gabbia", realizzato nel 1943 nel campo polacco di Biala Podlaska.

Nel percorso proposto trovano spazio anche riproduzioni di opere di Michelangelo Perghem Gelmi, Mauro Masi, Michelino Pergola e Giovannino Guareschi.

Il loro anelito alla libertà è sottolineato dalla scelta di alcuni brani tratti da diari o memorie di ex internati. Come le parole di Francesco Piero Baggini: "l’arte ha vinto. L’arte supera le passioni, i partiti: l’arte vince ove la forza cede".

di Antonio Venditti e Cinzia Dal Maso

26 ottobre 2011

 

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